martedì, febbraio 20, 2007

Il simbolo del dollaro, $, si pensa simboleggi le colonne d'Ercole.

[...] Un vecchio afgano con i sandali rotti e infangati, e il turbante con la coda che scendeva fino alla cintura, stava accanto al figlio di sei anni nel pronto soccorso dell’ospedale di Quetta. Il bambino si chiamava Khalil e aveva il volto e le mani, o quel che ne restava, coperti da abbondanti fasciature. Stava sdraiato, immobile, la camicia annerita dall’esplosione. Qualcuno aveva strappato una manica e ne aveva fatto un laccio, legato stretto sul braccio destro per fermare l’emorragia. "È stato ferito da una mina giocattolo, quelle che i russi tirano sui nostri villaggi” disse Mubarak, l’infermiere che faceva anche da interprete, avvicinandosi con un catino di acqua e una spugna. Non ci credo, è solo propaganda, ho pensato, osservando Mubarak che tagliava i vestiti e iniziava a lavare il torace del bambino, sfregando energicamente come se stesse strigliando un cavallo. Non si è neanche mosso, il bambino, non un lamento. In sala operatoria ho tolto le bende: la mano destra non c’era più, sostituita da un’orrenda poltiglia simile a un cavolfiore bruciacchiato, tre dita della sinistra completamente spappolate. Avrà preso in mano una granata, mi sono detto. Sarebbero passati solo tre giorni, prima di ricevere in ospedale un caso analogo, ancora un bambino. All’uscita dalla sala operatoria Mubarak mi mostra un frammento di plastica verde scuro, bruciacchiato dall’esplosione. “Guarda, questo è un pezzo di mina giocattolo, l’ hanno raccolta sul luogo dell’esplosione. I nostri vecchi le chiamano pappagalli verdi…” e si mette a disegnare la forma della mina: dieci centimetri in tutto, due ali con al centro un piccolo cilindro. Sembra una farfalla più che un pappagallo, adesso posso collocare come in un puzzle il pezzo di plastica che ho in mano, è l’estremità dell’ala. “…Vengono giù a migliaia, lanciate dagli elicotteri a bassa quota. Chiedi ad Abdullah, l’autista dell’ospedale, uno dei bambini di suo fratello ne ha raccolta una l’anno scorso, ha perso due dita ed è rimasto cieco.” Mine giocattolo, studiate per mutilare i bambini. Ho dovuto crederci, anche se ancora oggi ho difficoltà a capire… Tre anni dopo ero in Perù. Quando me ne andai da Ayacucho, dopo mesi passati a organizzare il reparto di chirurgia, un amico peruviano, artista e poeta, mi ha regalato un retablo, una specie di presepe in gesso. Una scena di violenza e di lotta per il diritto alla terra. Intorno alle figurine di contadini incatenati, trascinati via da militari con il passamontagna, tante spighe di grano, molto alte, dorate. Sopra le spighe stormi di loros, pappagalli verdi col becco adunco e gli occhi rapaci. “Per i contadini di qui – mi disse Nestor spiegandomi il retablo – i pappagalli simboleggiano la violenza dei militari, hanno lo stesso colore delle loro uniformi. Arrivano, si prendono il raccolto, spesso uccidono, e se ne vanno via.” Nestor mi raccontava la misera vita della gente di quella regione andina, le sofferenze e la rassegnazione, e la violenza sistematica. Allora gli ho detto di altri pappagalli verdi, che avevo conosciuto in Afghanistan. Mine antiuomo di fabbricazione russa, modello PFM-1. Gli ho spiegato che le gettano sui villaggi, come fossero volantini pubblicitari che invitano a non perdere lo spettacolo domenicale del circo equestre. E ho visto i suoi occhi increduli, come erano stati i miei, e le labbra aprirsi un poco in segno di sorpresa. La forma della mina, con le due ali laterali, serve a farla volteggiare meglio. In altre parole, non cadono a picco quando vengono rilasciate dagli elicotteri, si comportano proprio come i volantini, si sparpagliano qua e là su un territorio molto più vasto. Sono fatte così per una ragione puramente tecnica – affermano i militari – non è corretto chiamarle mine giocattolo. Ma a me non è mai successo, tra gli sventurati feriti da queste mine che mi è capitato di operare, di trovarne uno adulto. Neanche uno, in più di dieci anni, tutti rigorosamente bambini. La mina non scoppia subito, spesso non si attiva se la si calpesta. Ci vuole un po’ di tempo – funziona, come dicono i manuali, per accumulo successivo di pressione. Bisogna prenderla, maneggiarla ripetutamente, schiacciarne le ali. Chi la raccoglie insomma, può portarsela a casa, mostrarla nel cortile agli amici incuriositi, che se la passano di mano in mano, ci giocano. Poi esploderà. E qualcun altro farà la fine di Khalil. Amputazione traumatica di una o di entrambe le mani, una vampata ustionante su tutto il torace e, molto spesso, la cecità. Insopportabile. Ho visto troppo spesso bambini che si risvegliano dall’intervento chirurgico e si ritrovano senza una gamba, o senza un braccio. Hanno momenti di disperazione, poi, incredibilmente, si riprendono. Ma niente è insopportabile, per loro, come svegliarsi nel buio. I pappagalli verdi li trascinano nel buio per sempre. Dicevo queste cose a Nestor, seduti nel suo laboratorio pieno di quadri e sculture, e di figurine in gesso da colorare. Discorrevamo di guerra e di violenza, di repressione e di libertà, di diritti umani. Che cosa spinge la mente umana a immaginare, a programmare la violenza? Mentre mi parlava delle tragedie della sua terra, del massacro dei contadini di Huanta che chiedevano solo che i loro figli potessero andare a scuola, avvertivo nelle sue parole, mescolate a un atavico pessimismo, la rabbia soffocata, il desiderio di ribellione. Ma poi, inevitabilmente, il suo pensiero tornava ai pappagalli verdi, a quelli che scendevano dal cielo nel lontano Afghanistan.
E allora Nestor scuoteva la testa, e la rabbia lasciava il posto alla tristezza, quella che riempie la mente quando non c’è più la possibilità di capire, quando è svanita la ragione ed è solo follia. Così abbiamo immaginato – sapendo che era tutto maledettamente vero – un ingegnere efficiente e creativo, seduto alla scrivania a fare bozzetti, a disegnare la forma della PFM-1. E poi un chimico, a decidere i dettagli tecnici del meccanismo esplosivo, e infine un generale compiaciuto del progetto, e un politico che lo approva, e operai in un’officina che ne producono a migliaia, ogni giorno. Non sono fantasmi, purtroppo, sono esseri umani: hanno una faccia come la nostra, una famiglia come l’abbiamo noi, dei figli. E probabilmente li accompagnano a scuola la mattina, li prendono per mano mentre attraversano la strada, ché non vadano nei pericoli, li ammoniscono a non farsi avvicinare da estranei, a non accettare caramelle o giocattoli da sconosciuti…. Poi se ne vanno in ufficio, a riprendere diligentemente il proprio lavoro, per essere sicuri che le mine funzionino a dovere, che altri bambini non si accorgano del trucco, che le raccolgano in tanti. Più bambini mutilati, meglio se anche ciechi, e più il nemico soffre, è terrorizzato, condannato a sfamare quegli infelici per il resto degli anni. Più bambini mutilati e ciechi, più il nemico è sconfitto, punito, umiliato. E tutto ciò avviene dalle nostre parti, nel mondo civile, tra banche e grattacieli. Al confronto anche i loros, verdi pappagalli che infestano le Ande, sembrano meno feroci, verrebbe da dire più umani. Non ho più saputo nulla di Mubarak, da sette anni. Ho incontrato molti Khalil in giro per il mondo, l’ultimo si chiama Thassim. Non è afgano, è un ragazzo curdo di quindici anni, è cieco e senza mani. L’ho operato due settimane fa, uno strano intervento chirurgico che trasforma gli avambracci e li rende simili alle chele di un granchio, o a bastoncini cinesi, perché possa afferrare gli oggetti, mangiare da solo, fumarsi una sigaretta. Gli stiamo insegnando ad adattarsi alla nuova forma del suo corpo, a usare al meglio quel che è rimasto. Thassim ha raccolto la sua mina, il suo maledetto pappagallo verde, vicino a Mawat, un villaggio di montagna circondato da boschi di querce, rese ancora più maestose dalla prima neve di novembre.
Lo guardo mentre cerca, per ora senza successo, di portarsi un cucchiaio alla bocca senza rovesciare la zuppa. È stanco, e un poco frustrato, per oggi non vuole più saperne di fare esercizi.[...]

Gino Strada, Pappagalli Verdi, Cronache di un chirurgo di guerra, Milano, Universale Economica Feltrinelli, 2001.


Che stupida che sono.
Me ne stavo lì con il mio libro in mano,
Il sole mi offriva una scusa più che plausibile per tenere
ben piantati sul naso i miei enormi occhiali da sole.
Per ripararmi, per proteggermi da sguardi indiscreti.
Ed invece ero talmente agghiaciata che non riuscivo a
muovermi. Ho continuato a leggere ed a pensare che
sono solo una piccola e inutile stupida donnina che non sopporta
il dolore altrui, che non saprebbe come reagire a certe cose senza tapparsi gli occhi,
che non capisce, sì, non capisce e si chiede il perchè,
Che è inutile chiedersi il perchè, come coprirsi gli occhi di fronte a certe cose.

Sono scesa dal treno, ancora assorta.
L'ho salutato e gli ho detto:
"...Sono talmente idiota che mi sono scese le lacrime
mente leggevo..."
"E sei solo all'inizio" mi ha risposto
"Pensavo che sono proprio..."
Ma non mi ha fatto finire la frase
"Fortunata!...Sì, siamo proprio fortunati"
La stazione brulicava di gente di fretta,
ci siamo guardati, mi ha preso la mano e siamo andati verso casa.

4 Comments:

Anonymous Anonimo said...

da giorni non riesco a lasciare un commento a qusto.
Non è che c'entri molto, ma penso a mio padre, cui quando era giovane è scoppiata in mano una staffa per la fusione dei metalli, quasi una bomba, causandogli ustioni gravi che hanno richiesto interventi di chirurgia plastica.
E' un uomo molto forte, ma dice che un dolore atroce come l'ustione non è immaginabile se non lo si è provato. Eppure anche lui al momento si è preoccupato solo degli occhi. La para di restare cieco superava tutto.
(e io nel mio piccolissimo ho potuto sperimentarle che si gnifichi non poter vedere, seppure per un periodo fortunatamente limitato).
Ecco : cerco di immaginare tutto questo "applicato" ad un bambino, aggiungendvi pure le mutilazioni.
Come si fa a frenare la rabbia?

25/2/07 13:40  
Anonymous Anonimo said...

ehm...qusto era questo
e para sta per paura.
dovrei rileggere...

25/2/07 13:41  
Anonymous Anonimo said...

Avevo capito il sincopato...eheheheh...e la para è universale, se poi parliamo della vista o del dolore di un bambino che ha la sola colpa di essere nato in un posto invece che in un'altro od in una famiglia, invece che in un'altra....senza andare troppo oltre i nostri territoriali confini...bè per quello non c'è spiegazione.
Se credi puoi sperare, altrimenti ti rimane poco per cercare di capire ed accettare che la nostra esistenza è influenzata da umani istinti di potere, affermazione, successo, soldi, petrolio come soppravvivenza energetica per le "nostre" stufe, per le "nostre" macchina, acqua come quello di cui siamo per la maggior parte composti, cenere come quello che TUTTI diventeremo e come quello che ci lasciamo dietro al nostro passaggio per arrivare a tutto questo, per arrivarci prima degli altri, eppoi se qualcuno rimane a bocca asciutta chissenefotte!!!

Capisco la paura di perdere la vista, che è meglio vedere con i proprio occhi quello che c'è intorno, che c'è pure del bello e tanto, ed il buio non spaventa solo i bambini...
Spero alla fine si sia rimesso del tutto, tuo padre.

Un abbraccio
A

26/2/07 13:17  
Anonymous Anonimo said...

quello che stavo cercando, grazie

29/11/09 10:34  

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